A pochi metri da dove avrebbe iniziato il suo raid – si giocava contro
l’Inghilterra – l’elettricità andò crescendo e, proprio come può capitare di
vedere un disco volante nello spazio, l’extraterrestre con le sue sembianze
diede il via all’emozione più profonda mai suscitata dal calcio.


Dall’alto dello stadio si vede come una specie di trincea. Un solco nella
terra in cui avanza una luce forte alla velocità di una cometa. Laggiù, nel
catino dell’Azteca, in penombra, Maradona imita ciò che a volte si può
scorgere in cielo. La ferita che un astro incandescente apre nell’azzurro
misterioso ora sta avendo luogo sulla Terra. Ecco lì Diego, con l’audacia di
chi porta lo stendardo del proprio esercito verso un attacco definitivo.
Diego corre accerchiato dai colori inglesi, evitando trappole di gambe che
tentano l’impossibile. E, come gli scalatori quando raggiungono la vetta,
pianta la sua bandiera.

Valdano, che lo seguiva da molto vicino, un giorno avrebbe raccontato
che Diego ci tenne a scusarsi per non avergli passato la palla. Gli disse che
non aveva trovato il modo di farlo. Valdano e gli altri giocatori si chiedono
ancora come abbia potuto notare un simile dettaglio durante quella
memorabile corsa. Da uno dei banchi della tribuna stampa, il sottoscritto,
cronista sportivo, sottolineò l’impresa. «È la giocata migliore di tutti i
tempi» disse e poi lanciò quelle poche parole, quelle sul barrilete cósmico,
l’aquilone cosmico, a cui da trent’anni è legata la sua carriera per via
dell’insuperabile gesto di Diego.

Tratto da “La mano di Dio” di Diego Armando Maradona con Daniel Arcucci