Sono felice di leggere come Diego racconta il gol e quella partita. Il Mondiale dell’86 fu la consacrazione di un genio che sapeva quanto il riconoscimento della storia dipendeva da quel passaggio nel campionato del mondo. Questo trasforma l’epopea in un’espressione ancor più chiarificatrice della sua grandezza. Non fu sotto la protezionedall’imprevedibilità della vita che si costruì il mito. Maradona era
consapevole della sfida. Era una fatica di cui era al corrente. Una sorta di essere o non essere, sotto gli occhi di tutto il mondo.

Era costretto a essere all’altezza di una fama cui mancava ancora un riconoscimento universale. Si preparò come un Rocky Balboa, offrì a se stesso la perfezione del proprio corpo scolpito da un sacrificio che sarebbe stato vano se non avesse sollevato la Coppa. La vita è crudele quando sei tu a lanciare la sfida. Il
primo piano della corsa verso il pallone del gol contro l’Italia è una sequenza perfetta per dimostrare fin dove era arrivata la sua aspirazione a essere il migliore. Nel modo in cui si smarca, proprio come un velocista nei cinque metri finali. Nel salto perfetto e armonico per cercare di colpire in alto la palla, senza aspettare comodamente che gli cadesse sul piede. Il senso artistico della sua pennellata nella conclusione a rete.

È più facile per chi non deve soddisfare grandi aspettative. Essere depositario della speranza di milioni di persone, nell’appuntamento più atteso e temuto, è un peso impossibile per la gente comune. Ma Diego
aveva anticipato che sarebbe stato il re del Mondiale e si fece carico di una promessa a un paese che ora doveva dimostrare di poter essere campione ovunque e di poter mettere un trofeo in bacheca anche in tempi di democrazia. Quella era la meta e, se non la si raggiungeva, colui che avrebbe dovuto dare maggiori spiegazioni sarebbe stato Diego.

Tratto da “La mano di Dio” di Diego Armando Maradona